Articolo aggiornato il: 29 Giugno 2026
In questo articolo tratteremo i seguenti temi:
Audit SEO e analisi SEO: la stessa cosa?
Ogni anno ci sono imprenditori che commissionano un’analisi SEO del proprio sito.
Poi cosa succede? Ricevono un documento di quaranta pagine, lo leggono con attenzione, lo archiviano in una cartella di Google Drive che non riapriranno mai più. Il sito resta identico a prima, il traffico organico resta identico a prima. L’unica cosa che cambia è il conto in banca, alleggerito di qualche migliaio di euro.
Il problema non è sempre il consulente, spesso è che l’audit prodotto era tecnicamente corretto ma completamente inutile: un elenco ordinato di errori, senza una gerarchia di priorità, senza un collegamento tra i problemi tecnici e il vero obiettivo di business, senza la risposta alla domanda che conta davvero.
Quella domanda è: da dove comincio, e perché?
Inutile girarci attorno: la maggior parte degli audit SEO che circolano sul mercato italiano sono report automatici generati da uno strumento (Seozoom, Semrush, ecc.), impacchettati in un PDF con un bel logo sopra.
Non sono diagnosi, sono stampe di dati.
La differenza tra i due non è nel numero di pagine o nel prezzo: è nel ragionamento che ci sta dietro.
L’analisi SEO o audit SEO è una cosa ben diversa: è la valutazione sistemica e completa dello stato di salute di un sito web. Copre tutte le aree in modo integrato, dall’aspetto tecnico ai contenuti, dai link al posizionamento, fino alla visibilità nelle AI generative.
Quando un cliente mi chiede una “verifica SEO” o un “controllo SEO del sito” sta di solito chiedendo un audit: vuole capire cos’ha che non va, in modo completo, prima di decidere cosa fare.
La differenza tra chi fa SEO e chi ottiene risultati dalla SEO spesso sta tutta qui: nell’avere un quadro completo prima di agire, invece di intervenire a caso sperando che qualcosa si muova.
Sono Matteo Dalla Vecchia, consulente SEO e digital marketing. Il tuo sito non cresce? Richiedi una consulenza SEO e scopri le priorità per aumentare traffico e lead, anche da ChatGPT, Gemini e Perplexity!
Prima di iniziare: costruire la baseline
C’è un passaggio che quasi tutti saltano, e che poi fanno rimpiangere di non aver fatto, che è fotografare lo stato del sito prima di toccare qualsiasi cosa.
Senza una baseline chiara, qualsiasi miglioramento ottenuto non è misurabile. Si può dire “il traffico è cresciuto”, ma non si sa di quanto, rispetto a cosa, e se la crescita è dovuta agli interventi o a una stagionalità favorevole.
Prima di avviare qualsiasi analisi, documento queste metriche di partenza: Il traffico organico degli ultimi sei mesi, confrontato con lo stesso periodo dell’anno precedente per eliminare la componente stagionale. Il CTR medio e la posizione media per le keyword strategiche, ricavabili dal report Performance di Google Search Console.
Il numero totale di URL indicizzati, verificabile da Search Console (sezione Pagine) e con una ricerca site:tuodominio.it su Google. Analizzo Le conversioni attribuite al canale organico in Google Analytics 4: lead generati, acquisti, iscrizioni, o qualsiasi metrica rilevante per il business.
E poi tutte le pagine posizionate, per quali query, che traffico portano, ecc. ecc.
Questi numeri diventano il metro di confronto.
Quando l’audit è terminato, gli interventi sono stati implementati e sono passate le settimane necessarie per vedere i risultati (di solito tra le 4 e le 12, a seconda della dimensione del sito), si torna a quei dati e si misura l’impatto reale di ogni azione. È il modo in cui si dimostra il valore di un audit SEO a un cliente, a un management, o anche solo a sé stessi.
Un secondo motivo per definire la baseline prima di iniziare è che i dati storici orientano l’intera analisi. Un sito che ha perso il 40% del traffico organico nelle ultime sei settimane ha un problema diverso rispetto a un sito che non è mai decollato: nel primo caso si cerca cosa è cambiato, nel secondo si capisce cosa manca. La fotografia iniziale dice subito in quale dei due scenari ci si trova.
Le cinque aree di un audit SEO completo
Un audit SEO professionale si muove su cinque macro-aree. Ognuna ha un impatto specifico sulla visibilità e sulle performance del sito, e nessuna è indipendente dalle altre. Intervenire su una sola ignorando le altre produce miglioramenti parziali che durano poco, perché ogni area si regge sulle altre.

SEO tecnica
Come i motori di ricerca leggono, scansionano e indicizzano il sito. Comprende la verifica del file robots.txt, del crawl budget (le risorse che Google destina alla scansione), degli errori di indicizzazione, dei redirect, della presenza di contenuti duplicati e della corretta implementazione dei tag canonical.
Struttura e architettura
Come le pagine sono collegate tra loro e come si naviga il sito. La profondità dell’architettura, la qualità dell’internal linking, la presenza di pagine orfane, la coerenza della sitemap XML rispetto alle pagine effettivamente live.
Contenuti e SEO on-page
Qualità dei testi, ottimizzazione degli elementi HTML come title tag, H1 e meta description, distribuzione semantica delle keyword, copertura degli intenti di ricerca, assenza di keyword cannibalization tra le pagine.
Velocità e performance del sito
Core Web Vitals, tempi di caricamento su mobile e desktop, stabilità visiva della pagina durante il caricamento, ottimizzazione delle immagini per formato e peso.
Backlink e autorità di dominio
Quanti link riceve il sito, da dove provengono, con che qualità, e come si posiziona rispetto ai competitor su questo fronte.
Una struttura debole penalizza la SEO tecnica. Contenuti mal ottimizzati annullano il lavoro sui backlink. L’ordine in cui si analizza conta: partire dagli aspetti tecnici senza capire l’architettura significa intervenire sugli effetti, non sulle cause.
Come fare un audit SEO passo dopo passo
L’audit SEO non inizia dallo strumento ma inizia da un obiettivo ben preciso.
Questo è il metodo che seguo in ogni lavoro:

1. Definire il problema di partenza. Traffico basso? Calo improvviso? Conversioni assenti? Posizionamenti stagnanti da mesi? Il sintomo guida tutta l’analisi.
2. Costruire la baseline. Fotografa le metriche di partenza prima di toccare qualsiasi cosa. Senza questo riferimento iniziale, non è possibile misurare niente di quello che verrà dopo.
3. Audit tecnico di base. Scansione con un crawler professionale come Screaming Frog per identificare errori 404, redirect a catena, pagine con tag noindex involontario, problemi di canonicalizzazione, URL duplicati. Verifica del file robots.txt per assicurarsi che non stia bloccando sezioni importanti del sito per errore. Controllo dello stato HTTPS e dei certificati.
4. Analisi della struttura. Mappa dell’architettura del sito, profondità delle pagine (ogni pagina strategica raggiungibile in massimo tre clic dalla homepage), qualità dell’internal linking, stato della sitemap XML, presenza di pagine orfane non collegate da nessuna altra pagina.
5. Analisi SEO on-page. Verifica sistematica di title tag, H1, meta description, struttura degli heading, distribuzione delle keyword e presenza di keyword cannibalization su ogni pagina strategica. È qui che emerge subito se i contenuti parlano alle persone giuste nel momento giusto del funnel.
6. Analisi performance. Test con PageSpeed Insights e Google Search Console per i Core Web Vitals. Un LCP sopra i 2,5 secondi è già un segnale da non ignorare; sopra i 4 secondi è quasi certamente uno dei fattori che frena il posizionamento su mobile.
Google usa il mobile-first indexing: la versione mobile della pagina è quella che il crawler legge per decidere il ranking, non quella desktop. Se la versione mobile ha contenuti ridotti, heading diversi o immagini senza alt text, il ranking ne risente su tutti i dispositivi.
7. Analisi backlink. Numero e qualità dei domini referenti, distribuzione degli anchor text, identificazione di link tossici o sospetti che potrebbero aver generato una penalizzazione manuale (manual action) o algoritmica.
8. Analisi competitor. Confronto su keyword strategiche, Domain Rating, struttura dei contenuti e gap tematici. Non per copiare, ma per capire dove si è più deboli e dove c’è un’opportunità reale di crescita organica.
9. Analisi della visibilità sulle AI. Nel 2026, un audit SEO che ignora ChatGPT, Gemini e Perplexity è un audit incompleto. Verifico se il sito viene citato nelle risposte delle AI sulle query principali del settore e se la struttura dei contenuti favorisce la citabilità.
10. Report con priorità di intervento. Non un elenco di errori, ma una lista ordinata per impatto atteso e urgenza. È l’unico punto che trasforma un audit da documento a strumento operativo.
Cosa fare quando il sito ha subito una penalizzazione?
Un calo improvviso di traffico organico, specialmente se coincide con la data di un Google Core Update, è il campanello d’allarme più frequente che mi porta a fare un audit di emergenza. La prima distinzione da fare è tra penalizzazione algoritmica e manual action, perché hanno cause diverse, segnali diversi e richiedono interventi diversi.
La manual action è visibile direttamente in Google Search Console, nella sezione “Azioni manuali”: Google notifica esplicitamente che ha rilevato una violazione delle sue linee guida. Le cause più comuni sono link spam, contenuti thin, cloaking o altre pratiche che il furbacchione di Mountain View ha imparato a riconoscere abbastanza bene.
La penalizzazione algoritmica è più subdola: nessun avviso, il sito perde semplicemente posizioni dopo un aggiornamento. Identificarla richiede di incrociare le date dei cali di traffico con le date ufficiali dei Core Update di Google.
In entrambi i casi, il punto di partenza dell’audit è lo stesso: capire cosa è cambiato, quando e perché Google ha smesso di considerare il sito la risposta migliore per quelle query.
Un calo che tocca tutte le pagine uniformemente suggerisce un problema algoritmico globale o una penalizzazione di dominio. Un calo selettivo su tipologie specifiche di pagine (solo le schede prodotto, solo gli articoli del blog) suggerisce un problema di contenuto o di intent mismatch su quella tipologia specifica.
Audit SEO tecnico: cosa controllare davvero
La SEO tecnica è la fondamenta. Puoi avere i contenuti più utili e originali del tuo settore: se Google non riesce a scansionare e indicizzare correttamente le pagine, quei contenuti non esistono per i motori di ricerca. Il problema è che gli errori tecnici più gravi sono spesso i più invisibili: non si vedono navigando il sito, non li segnala nessun utente, e possono restare nascosti per mesi mentre il traffico organico lentamente evapora.
Robots.txt: il file che dice ai bot di Google cosa possono e non possono scansionare. Un errore qui, come bloccare inavvertitamente la cartella /wp-content/ su un sito WordPress, può rendere inaccessibili immagini e script fondamentali per il rendering delle pagine. È il primo file che apro in ogni audit tecnico, perché un errore in quel file invalida tutto il resto del lavoro.
Crawl budget: se il sito ha migliaia di URL (tipicamente un e-commerce o un portale con molti filtri di categoria), Google destina risorse limitate alla scansione. Pagine a basso valore, URL con parametri, versioni duplicate, consumano quel budget sottraendolo alle pagine strategiche. La conseguenza pratica è che le pagine migliori vengono scansionate meno spesso e i nuovi contenuti impiegano più tempo a entrare nell’indice.
Errori di indicizzazione: pagine bloccate con noindex involontario, pagine non raggiunte dal crawler, URL con problemi di canonicalizzazione. Google Search Console mostra un report completo sullo stato di indicizzazione; è spesso il primo posto dove guardare quando si sospetta che alcune pagine importanti non siano visibili nella SERP.
Redirect: i redirect 301 sono corretti per spostamenti permanenti di URL. Le catene di redirect, ovvero A che reindirizza a B che reindirizza a C, diluiscono il link juice e rallentano la scansione. Più di due redirect in catena è già un problema da correggere, perché ogni hop riduce la quantità di autorità trasferita.
Contenuti duplicati: stessa pagina accessibile da URL diversi, contenuti thin (pagine con pochissimo testo e valore informativo nullo), tag e categorie WordPress che generano pagine quasi identiche.
Il tag canonical serve esattamente a questo: indica a Google quale URL considerare come versione principale quando esistono più varianti dello stesso contenuto.
Un e-commerce con filtri di colore, taglia e prezzo può generare centinaia di URL duplicati senza che nessuno se ne accorga, e ognuno di quei duplicati consuma crawl budget inutilmente.
Mobile-first indexing: dal 2023, Google indicizza i siti in modalità mobile-first per default. La versione mobile della pagina è quella che il crawler legge per determinare il ranking, non quella desktop.
Se la versione mobile del sito ha contenuti ridotti, heading assenti o immagini non ottimizzate rispetto al desktop, il posizionamento ne risente anche per gli utenti che navigano da computer. È uno dei punti su cui trovo più errori, soprattutto su siti con una storia lunga alle spalle costruiti in un’era in cui il mobile era un ripensamento.
Immagini: spesso sottovalutate nell’audit tecnico. Le immagini senza attributo alt text non vengono comprese da Google e sono un’opportunità persa di ottimizzazione semantica. Quelle non compresse o nel formato sbagliato incidono direttamente sull’LCP (Largest Contentful Paint), il parametro Core Web Vitals che misura la velocità di caricamento del contenuto principale.
Verifico sistematicamente dimensioni, formato (WebP è oggi lo standard raccomandato), presenza di alt text descrittivi e uso del lazy loading per le immagini below the fold.
Log file analysis: è la tecnica più avanzata nell’audit tecnico e quella che quasi nessuno applica sistematicamente. Analizzare i file di log del server significa leggere direttamente cosa fa Googlebot quando visita il sito: quali URL scansiona, con quale frequenza, quanto tempo impiega e quali URL ignora completamente.
È particolarmente utile su siti grandi (e-commerce con migliaia di prodotti, portali editoriali) dove capire come il bot distribuisce il suo budget di scansione fa la differenza tra avere le pagine giuste indicizzate e avere il crawler che perde tempo su pagine inutili. Gli strumenti per analizzare i log includono Screaming Frog Log Analyser e SEMrush Log File Analyzer. Non ha senso su siti piccoli, ma su siti da 10.000 URL in su può rivelare opportunità invisibili a tutti gli altri strumenti.
HTTPS e sicurezza: un sito ancora in HTTP nel 2026 è una rarità. Ma anche una migrazione a HTTPS fatta male, con risorse miste HTTP/HTTPS, certificati scaduti o redirect incompleti, genera problemi tecnici che l’audit deve intercettare. Ogni risorsa caricata in HTTP su una pagina HTTPS genera un avviso di “contenuto misto” che i browser segnalano come potenzialmente problematico.
Analisi SEO on-page e dei contenuti
L’analisi on-page è dove si vede se un sito sta davvero rispondendo alle domande che le persone fanno su Google, o se sta solo simulando di farlo con testi tecnicamente ottimizzati ma sostanzialmente irrilevanti.

La differenza tra i due casi si misura nel posizionamento reale e nel comportamento degli utenti: un contenuto che non risponde davvero all’intento genera pogo-sticking (quando l’utente torna immediatamente alla SERP dopo aver cliccato), che segnala a Google la scarsa qualità della pagina e porta nel tempo al calo del posizionamento.
Title tag: contiene la keyword principale? È entro i 60 caratteri? È unico per ogni pagina? Un title duplicato su cento pagine di un e-commerce è un errore classico che il crawler individua in pochi secondi. Vale anche la pena verificare che Google non stia riscrivendo il title nella SERP, il che accade regolarmente quando il title non corrisponde bene all’intento della pagina.
H1: presente, unico, allineato con l’intento di ricerca della pagina. Non deve essere identico al title tag: risponde alla stessa intenzione con parole leggermente diverse. Un H1 che replica parola per parola il title è un’occasione persa di coprire varianti semantiche che potrebbero portare traffico aggiuntivo.
Meta description: non è un fattore di ranking diretto, ma influenza il CTR in modo significativo. Una meta description che risponde in modo specifico alla domanda dell’utente porta più clic di una generica. Deve essere entro i 155 caratteri e contenere un’indicazione chiara di cosa troverà chi clicca.
Distribuzione semantica: keyword principale e varianti presenti in modo naturale nel testo. Frequenza eccessiva è keyword stuffing; frequenza troppo bassa segnala un contenuto che non è realmente focalizzato sul tema. L’obiettivo non è raggiungere una densità specifica di parola chiave, ma coprire in modo organico il campo semantico del topic.
Struttura heading: gerarchia H1 > H2 > H3 rispettata, senza salti di livello.
Gli heading non sono solo un segnale SEO: guidano la scansione visiva del lettore e strutturano il contenuto in modo che i featured snippet possano estrarlo facilmente. Una pagina ben strutturata con H2 e H3 descrittivi ha molte più probabilità di comparire nelle AI Overview di Google rispetto a un wall of text senza gerarchia.
E-E-A-T (Experience, Expertise, Authoritativeness, Trustworthiness): Google valuta se il contenuto è prodotto da qualcuno con esperienza diretta sul tema. Questo si traduce in elementi concreti: firma dell’autore visibile con bio e credenziali, date di aggiornamento esplicite, fonti citate, dati originali da esperienza diretta.
Un blog aziendale che pubblica articoli anonimi su temi medici, finanziari o legali ha un problema strutturale di E-E-A-T che nessuna ottimizzazione tecnica può compensare.
Keyword cannibalization
Della keyword cannibalization si parla poco negli audit superficiali, ma nei siti con anni di contenuti accumulati è uno dei problemi più frequenti e uno di quelli con il maggiore impatto sul posizionamento. Si verifica quando due o più pagine dello stesso sito competono per la stessa keyword o per keyword semanticamente sovrapposte.
Google si trova di fronte a più pagine che sembrano rispondere alla stessa domanda, non sa quale privilegiare, e tende a scegliere in modo arbitrario, spesso non la pagina che preferiresti posizionare.
Il risultato pratico è che nessuna delle due pagine si posiziona bene.
Con una sola pagina autorevole e ben ottimizzata avresti probabilmente ottenuto la prima posizione.
Analisi backlink e profilo link
Il profilo backlink è uno degli indicatori più complessi da analizzare in un audit SEO, perché non conta solo il numero di link che riceve il sito: conta la qualità, la rilevanza tematica e la naturalezza della distribuzione degli anchor text.
Un sito con 50 backlink da domini autorevoli e tematicamente coerenti è quasi sempre più forte di uno con 5.000 backlink da directory di bassa qualità, forum spam o siti completamente irrilevanti.
Questi sono i segnali d’allarme che cerco quando analizzo il profilo link. Un sito con 500 backlink ma il 90% provenienti dallo stesso dominio, o da domini con lo stesso IP di proprietà, non ha 500 segnali distinti di autorità: ne ha uno amplificato artificialmente, e Google lo riconosce da anni.
Una distribuzione degli anchor text innaturale, ad esempio con il 70% degli anchor text composto da keyword esatte corrispondenti alla keyword principale del sito, è uno dei pattern che Google associa alle campagne di link building manipolativa. Link provenienti da siti completamente irrilevanti tematicamente, da siti in lingue diverse, da directory di bassa qualità: non fanno necessariamente danni diretti oggi, ma abbassano la qualità media del profilo e possono contribuire a penalizzazioni algoritmiche nei quality update.
Il confronto con i competitor su questo fronte è la parte più utile dell’analisi. Quanti domini referenti di qualità hanno i siti che precedono il tuo nella SERP? Qual è la differenza di Domain Rating? Se il gap supera i 20-30 punti, scalare quella SERP con i soli contenuti è quasi impossibile senza un lavoro parallelo e costante sui backlink. Questo dato orienta la strategia di link building da costruire dopo l’audit.
Analisi competitor nell’audit SEO
Un audit SEO che si ferma al tuo sito è un audit parziale. Il posizionamento è sempre relativo: Google non ti posiziona in assoluto, ti posiziona rispetto ad altri siti che competono per le stesse query. Per capire perché sei in quinta posizione su una keyword strategica, devi capire perché i quattro siti davanti a te stanno lì, e cosa hanno che ancora non hai.
Quali gap cercare nell’analisi competitor?
Nell’analisi competitor durante l’audit guardo principalmente tre tipi di gap, che corrispondono a tre diverse strategie di recupero.
Gap di contenuto: keyword per cui i competitor si posizionano stabilmente e per cui non esiste nessuna pagina ottimizzata nel tuo sito, o esistono pagine che trattano l’argomento in modo marginale. Sono opportunità di traffico organico qualificato lasciate sul tavolo.
Alcuni tool rendono questa analisi sistematica: inserisci i competitor e ottieni una lista di keyword su cui loro hanno visibilità e tu no.
Gap di autorità: differenza di Domain Rating o Domain Authority tra te e i competitor. Se il primo risultato ha un DR di 75 e il tuo è 18, scalare quella SERP con i soli contenuti è quasi impossibile nel breve periodo. Questo dato serve a calibrare le aspettative e a pianificare un lavoro di link building realistico nel tempo.
Gap strutturale: come i competitor organizzano i contenuti sulle keyword principali. Usano topic cluster con pagine pillar e articoli di supporto? Hanno una profondità di trattazione superiore su certi argomenti? Strutturano le FAQ in modo da comparire nelle AI Overview?
Spesso il vantaggio competitivo non sta nel singolo articolo ma nell’architettura informativa complessiva: un sistema di contenuti interconnessi che copre un tema a 360 gradi è molto più difficile da battere di un singolo pezzo, anche se quel pezzo è eccellente.
Audit SEO e visibilità sulle AI
Inutile girarci attorno: nel 2026 fare un audit SEO senza guardare alla visibilità sulle AI è come analizzare un sito ignorando il mobile nel 2015. Le AI Overview di Google, le risposte dirette di ChatGPT, le citazioni di Perplexity stanno intercettando una quota crescente delle ricerche, specialmente quelle informative.
Se il sito non compare nelle risposte che le AI generano sulle query del tuo settore, stai perdendo visibilità che non passa più dalla SERP tradizionale e che non troverai in nessun report di Google Analytics.
La buona notizia è che i criteri che rendono un sito visibile nelle AI sono in larga parte gli stessi che lo rendono visibile su Google: contenuti autorevoli, strutturati, aggiornati, scritti da chi ha esperienza diretta sul tema.
Le AI tendono a citare fonti che rispondono a domande specifiche in modo diretto, che hanno struttura chiara con paragrafi brevi, che trattano le domande frequenti degli utenti in modo esplicito e che vengono già citate da altri siti autorevoli. Un contenuto ottimizzato per la visibilità nelle AI è quasi sempre anche un contenuto SEO-friendly, ma non è detto che valga il contrario.
Come si analizza la visibilità AI nell’audit?
Nell’audit verifico se le pagine principali del sito vengono già citate nelle risposte delle AI sulle query strategiche del settore, quali formati di contenuto vengono preferiti per quelle query (elenchi puntati, paragrafi narrativi brevi, tabelle comparative) e se lo schema markup del sito facilita o ostacola la comprensione da parte dei modelli linguistici.
Da giugno 2026, Google Search Console annuncia di voler includere report dedicati alla visibilità nelle funzionalità AI generativa: un aggiornamento significativo annunciato direttamente dal team di Search Central che rende questa parte dell’analisi molto più misurabile di quanto fosse fino a pochi mesi fa.
Alcuni strumenti per l’audit SEO
Questi sono i tool che uso nella maggior parte degli audit SEO, con la funzione principale e il costo indicativo. Li elenco nell’ordine in cui li attivo durante un audit standard.
Google Search Console: visibilità organica, errori di indicizzazione, performance per keyword, segnalazione di manual action, report Core Web Vitals, e da giugno 2026 anche la visibilità nelle funzionalità AI di Google. Gratuito, è il punto di partenza obbligatorio di ogni audit. Trovi la documentazione ufficiale su come configurarlo e usarlo su Google Search Central.
Screaming Frog SEO Spider: scansione tecnica completa del sito, identificazione di errori 404, redirect a catena, title duplicati, H1 mancanti, problemi di canonicalizzazione, pagine noindex. Gratuito fino a 500 URL, poi a pagamento. Per siti piccoli e medi copre la maggior parte delle esigenze dell’audit tecnico.
PageSpeed Insights: Core Web Vitals e performance per desktop e mobile. Gratuito, mostra sia i dati di laboratorio (simulati) sia i dati reali raccolti dal Chrome User Experience Report. Se il sito è su WordPress e i risultati mostrano problemi di velocità, ho scritto una guida completa per velocizzare WordPress che copre le ottimizzazioni più efficaci e i plugin da evitare.
Ahrefs, SEMrush o Seozoom: analisi backlink, keyword research, keyword gap con i competitor, monitoraggio posizionamenti, identificazione della keyword cannibalization.
Google Analytics 4: comportamento degli utenti, tasso di coinvolgimento, pagine di uscita, conversioni attribuite al canale organico. Gratuito, fondamentale per collegare i dati SEO agli obiettivi di business e per misurare il ROI concreto degli interventi.
Schema Markup Validator (schema.org): verifica dei dati strutturati implementati. Gratuito. Controlla che lo schema markup sia sintatticamente corretto prima di verificare come viene interpretato nei risultati di ricerca.
Non servono tutti insieme dall’inizio. L’ordine in cui li attivi dipende dal problema che stai analizzando. Puoi fare un audit SEO di base su un sito piccolo usando solo Google Search Console, PageSpeed Insights e la versione gratuita di Screaming Frog: bastano per individuare i problemi più impattanti.
Urca! Dimenticavo i due strumenti più importanti in modo assoluto: la SERP di Google e… il cervello.
Sono Matteo Dalla Vecchia, consulente SEO e digital marketing. Il tuo sito non cresce? Richiedi una consulenza SEO e scopri le priorità per aumentare traffico e lead, anche da ChatGPT, Gemini e Perplexity!
